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Antonio Martelli
cronache della crisi 1 – agosto 2012
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Al Festival dell’economia svoltosi a Trento in giugno il finanziere ungherese americanizzato George Soros ha dato all’euro 100 giorni di tempo per salvarsi: 100 giorni voleva dire arrivare al massimo a settembre e quasi ci siamo. Non consola il ricordare che vent’anni fa lo stesso Soros fu tra gli artefici della crisi valutaria italiana: anzi, è un pessimo segnale, tanto più che egli è certamente fra gli operatori finanziari cui un crollo dell’euro no dispiacerebbe. La partita è aperta e l’opzione euro si / euro non esiste. A battersi per il si sono in prima fila due italiani con due approcci diversi ma convergenti, l’iperattivismo di Mario Monti e la sapiente fermezza di Mario Draghi. Sembra che gradualmente il loro ottimismo della volontà cominci a contagiare anche gli attori principali, prima di tutti i tedeschi o almeno una parte di loro. Eppure, gli scenari alternativi sono, come dall’inizio della crisi, sempre due.
Giulio Sapelli
Tra questione nazionale e questione internazionale
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In Italia l’intreccio tra nazione e internazionalizzazione opera sin dalla sua nascita come stato – non dirò come nazione – e opera ancora oggi. Ma quell’intreccio non è mai stato culturalmente condiviso; e soprattutto esso non ha mai avuto conseguenze positive sulla crescita economica, se non seguendo meccanicamente i cicli del commercio mondiale. Piuttosto, esso si è rivelato un intreccio predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato. E questo si è verificato ogni volta che esso raggiungeva un’acme che poteva essere potente risorsa competitiva nell’agone internazionale. Si provvedeva subito a castrare il paese, lo stato, di tale risorsa: non è mai esistita, in tal modo, una storia nazionale che fosse sempre anche virtuosamente storia internazionale e che per questo si disvelasse come una variante virtuosa del processo di crescita economica.
saggio - Roberto Moro
III capitolo - La rivolta aristocratica
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I ceti popolosi del Terzo stato, le medie e le piccole borghesie si tenevano discoste dalle vicende e osservavano incerte senza prendere posizione. « Neppure un sol uomo prima del 1789 ha immaginato la rivoluzione. — scriverà un grande rivoluzionario — ne ha calcolato il suo cammino o dedicato il minimo pensiero agli ostacoli che avrebbe saputo superare ». Eppure l'appello, mille volte ripetuto dal parlamento, ai « diritti della nazione », alla « costituzione del regno », alle « leggi sacre e inviolabili », alla lotta contro il dispotismo e alle « primitive libertà della nazione » aveva finito per scuotere l'opinione di questi ceti trascinandole nelle passioni di piazza.
saggio - Roberto Moro
II capitolo - La crisi istituzionale e finanziaria.
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Nel corso dei secoli XVI e XVII, la Monarchia assoluta aveva tentato di distruggere, assai di rado aveva veramente rinnovato; aveva insomma aggiunto nuove funzioni e nuovi istituti mutilando solo parzialmente il vecchio edificio feudale del paese. Così, accanto all'apparato centralizzato, erano sopravvissute le vestigia delle antiche autonomie regionali e cittadine; ai vecchi organismi amministrativi si erano aggiunti nuovi corpi di funzionari, e questo confuso esercito di burocrati, quasi una nuova classe sociale in seno alla vecchia gerarchia sociale, appariva ormai, alla mentalità razionalistica e critica del nuovo secolo null'altro che un caos solo apparentemente organizzato. La crisi istituzionale e finanziaria sarebbe partita da qui.
saggio - Roberto Moro
I capitolo - La crisi economica e sociale
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Nel corso del Settecento la vita trionfa sulla morte e un vigoroso accrescimento demografico offre nuove braccia alla terra, le favorevoli condizioni climatiche permisero di soddisfare l'accresciuta domanda, la pace interna e internazionale, l'arrivo dell'oro brasiliano contribuirono a dare stabilità al sistema economico e rinforzarono le esportazioni. La società contadina viene idealizzata come fondamento del benessere e dell'ordine sociale. Ma è proprio la velocità di questo mutamento a dare scacco a tutto il sistema.
Dossier Storia & Storici – marzo 2012
Video di presentazione del dossier
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Esiste davvero il rischio che la classe dirigente del Belpaese consegni progressivamente le istituzioni e la gestione del potere alle organizzazioni del malaffare? Come ogni organizzazione statuale l’Italia conosce il fenomeno della corruzione, ma è il suo dilagare, la sua natura strutturale, la sua enfasi che pone problemi di analisi e interpretazione. La democrazia repubblicana, fragile e incompiuta costituzionalmente, sembra aver convissuto da sempre con la corruzione. Le denunce si moltiplicano, i casi di corruzione dominano le cronache di ogni giorno, la visibilità del sistema è a tutti nota e la capacità/compiacenza di convivere con l’illegalità è divenuta costume, tratto della italianità.
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