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Roberto Moro
una epopea vernacolare del Belpaese
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E’ possibile definire il metodo di governo dell’economia, come declinato da Formigoni e Comunione e Liberazione, come la “sussidiarietà dei favori”. Tutto è ricondotto alla comunità (di affari) che si costituisce su un senso di responsabilità delle convenienza (lealtà) nello scambio di reciproci favori. È un caso unico in Europa: il privato da supportare viene selezionato sulla base della fedeltà all’impronta ideologica/confessionale che può lasciare nella società milanese e lombarda: fare proseliti e cooptare. Gli effetti pratici sono sotto gli occhi di tutti. I capi, tra banchetti e libagioni, viaggi faraonici e feste da mille e una notte a spese dei contribuenti, si attribuiscono feudi, privilegi, sfere di influenza e spartiscono il bottino del saccheggio. Si nominano centinaia di fedelissimi a governare le imprese partecipate. Si controllano le banche, le fondazioni, le imprese. Si fa cassa con il denaro pubblico, si da lavoro, si finanziano amici e clienti. Si crea insomma una zona grigia e pericolosa dove interessi pubblici e privati, servizio pubblico e proprietà privata si confondono. La regione Lombardia è una riserva di caccia blindata, il sistema vive sulle erogazioni di pubblico e innovazione, crescita, sviluppo, servizi sono formule puramente teoriche.
Giulio Sapelli
Tra questione nazionale e questione internazionale
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In Italia l’intreccio tra nazione e internazionalizzazione opera sin dalla sua nascita come stato – non dirò come nazione – e opera ancora oggi. Ma quell’intreccio non è mai stato culturalmente condiviso; e soprattutto esso non ha mai avuto conseguenze positive sulla crescita economica, se non seguendo meccanicamente i cicli del commercio mondiale. Piuttosto, esso si è rivelato un intreccio predatorio sul piano del capitale fisso e intellettuale dall’Italia secolarmente accumulato. E questo si è verificato ogni volta che esso raggiungeva un’acme che poteva essere potente risorsa competitiva nell’agone internazionale. Si provvedeva subito a castrare il paese, lo stato, di tale risorsa: non è mai esistita, in tal modo, una storia nazionale che fosse sempre anche virtuosamente storia internazionale e che per questo si disvelasse come una variante virtuosa del processo di crescita economica.
Oltre il voto – Roberto moro
Lo spettacolo è questo
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Liste civiche, movimenti, nuovi soggetti politici, riforme e riforme. Le convulsioni della classe politica e dirigente di questi ultimi giorni, sono quelle dei viaggiatori di prima classe del Titanic interessati a far man bassa delle scialuppe di salvataggio. Ma questi mascheramenti, questi percorsi paradossali e stupefacenti, tortuosi e momentanei, celano tutti una deriva autoritaria del sistema della nostra civile convivenza, aggregano e consolidano le clientele, esaltano e si reggono sul voto di scambio, replicano e peggiorano l’immobilismo e la blindatura del sistema all’insegna del fatidico “si salvi chi può. In una parola consegnano il sistema al governo del malaffare e lo istituzionalizzano. I “poteri forti”, inutile dirlo, divengono, in una rete sommersa di alleanze, organizzazioni criminali tradizionali e internazionali, cricche, logge, centri di potere, apparati deviati dello stato, brandelli di istituzioni in rovina: è la “convergenza” il progredire del “patto” tra poteri legali e sfera dell’illegalità in crescita pervasiva da almeno trent’anni. Esistono gli anticorpi per contrastare questa deriva?
Roberto Moro
Modelli teorici e programmi fantastici di una destra in frantumi
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La tempesta mediatica, oggi, ha preso in pieno il Vaticano, oltre alle onde del nuovo tsunami il mare è ancora agitato: correnti violente e onde di risacca. Finiti in quinta o sesta pagina i naufraghi della tornata elettorale, leader e partiti, faccendieri e corrotti, arrancano su zattere e scialuppe di salvataggio. La meta incerta è confusa dalle nebbie e all’orizzonte i naviganti intravedono appena i contorni del continente sperato, l’isola di Utopia o le coste del nuovo mondo. Sono i cinque, sei, sette milioni di voti di quel paese normale che non è andato al voto nauseato dalla miserabile offerta politica che la classe dirigente del Paese è riuscita a mettere in scene, e ormai da anni. Ma la navigazione avviene in ordine sparso, senza carte né rotte e senza strumenti adeguati. La grande alchimia del marketing politico non salta fuori, non fa notizia. Siamo giunti ai confini del caos?
Pier Paolo Pasolini
Io so cosa è questo golpe
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La ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile. Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi. A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale. Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Pier Paolo Pasolini
Recensione a “Un po’ di febbre” di Sandro Penna - 1973
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Questo libro è un brano di tempo ritrovato. È qualcosa di materiale. Un delicatissimo materiale fatto di luoghi cittadini con asfalto e erba, intonaci di case povere, interni coi modesti mobili, corpi di ragazzi coi loro casti vestiti, occhi ardenti di purezza e innocente complicità. E com'è sublime il completo, totale disinteresse di Penna per ciò che accadeva al di fuori di questa esistenza tra il popolo. Niente è stato più antifascista di questa esaltazione di Penna nell'Italia sotto il fascismo, vista come un luogo di inenarrabile bellezza e bontà. Penna ha ignorato la stupidità e la ferocia del fascismo: non l'ha considerata esistente. Peggiore insulto non poteva — innocentemente — inventare contro di esso. Che Penna è crudele: non ha pietà per ciò che minimamente non è investito dalla grazia della realtà, figurarsi per ciò che n'è fuori o contro. La sua condanna — non pronunciata — è assoluta, implacabile, senza appello.
Pier Paolo Pasolini
Che cos’è la cultura di una nazione?
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24, giugno 1974 - I problemi di un intellettuale appartenente all’intelligencija sono diversi da quelli di un partito e di un uomo politico, anche se magari l’ideologia è la stessa. Vorrei che i miei attuali contraddittori di sinistra comprendessero che io sono in grado di rendermi conto che, nel caso che lo Sviluppo subisse un arresto e si avesse una recessione, se i Partiti di Sinistra non appoggiassero il Potere vigente, l’Italia semplicemente si sfascerebbe; se invece lo Sviluppo continuasse così com’è cominciato, sarebbe indubbiamente realistico il cosiddetto «compromesso storico», unico modo per cercare di correggere quello Sviluppo, nel senso indicato da Berlinguer nel suo rapporto al CC del partito comunista. Tuttavia, come a Maurizio Ferrara non competono le «facce», a me non compete questa manovra di pratica politica. Anzi, io ho, se mai, il dovere di esercitare su essa la mia critica, donchisciottescamente e magari anche estremisticamente. Quali sono dunque i miei problemi?
Aprile 2012 - il paradigma del malaffare
Il caso della Lega
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Se ci fosse stato bisogno di un novo evento per concludere le riflessioni di questo dossier su “il sistema della corruzione Italia” quale indicatore privilegiato della deriva del Belpaese, eccolo servito. Lo scandalo che ha travolto la Lega Nord, alfiere di una crociata della periferia padana contro il sistema corrotto di “Roma ladrona”, ha suscitato, più che sconcerto, ilarità. Nei fatti nulla di nuovo e di inatteso: la cronaca quotidiana replica sé stessa e il racconto è sempre lo stesso: procedura e contenuti. Nessuno si stupisce più del malaffare e del sistema che regge e tiene in vita la classe politica e la classe dirigente del Belpaese. In questo spettacolo quotidiano la sequenza è sempre la stessa: vittimismo, complottiamo, familismo e … immobilismo.
Dossier Storia & Storici – marzo 2012
Video di presentazione del dossier
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Esiste davvero il rischio che la classe dirigente del Belpaese consegni progressivamente le istituzioni e la gestione del potere alle organizzazioni del malaffare? Come ogni organizzazione statuale l’Italia conosce il fenomeno della corruzione, ma è il suo dilagare, la sua natura strutturale, la sua enfasi che pone problemi di analisi e interpretazione. La democrazia repubblicana, fragile e incompiuta costituzionalmente, sembra aver convissuto da sempre con la corruzione. Le denunce si moltiplicano, i casi di corruzione dominano le cronache di ogni giorno, la visibilità del sistema è a tutti nota e la capacità/compiacenza di convivere con l’illegalità è divenuta costume, tratto della italianità.
Roberto Moro
dall’oligarchia alla cleptocrazia
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Esiste davvero il rischio che la classe dirigente del Belpaese consegni progressivamente le istituzioni e la gestione del potere alle organizzazioni del malaffare? Come ogni organizzazione statuale l’Italia conosce il fenomeno della corruzione, ma è il suo dilagare, la sua natura strutturale, la sua enfasi che pone problemi di analisi e interpretazione. La democrazia repubblicana, fragile e incompiuta costituzionalmente, sembra aver convissuto da sempre con la corruzione. Il suo radicarsi nei comportamenti collettivi è però un trend, una linea di tendenza che ha ormai sconvolto l’assetto istituzionale e le regole della civile convivenza, più di recente è divenuta un vero e proprio “sistema paese”. È in forza della corruzione e della battaglia contro la corruzione che è entrata in crisi irreversibile la Prima Repubblica, ed è in forza della corruzione che si è retta la Seconda Repubblica. Il sistema politico ne è attore e vittima al tempo stesso ed è all’ombra di un patto tra potere e corruzione che si è giunti al limite della catastrofe economica e civile. Le denunce si moltiplicano, i casi di corruzione dominano le cronache di ogni giorno, la visibilità del sistema è a tutti nota e la capacità/compiacenza di convivere con l’illegalità è divenuta costume, tratto della italianità.
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